Patrizia Resta (a cura di), Rapporto 2005. Immigrazione in Capitanata, Edizioni del Rosone, Foggia 2006, pp. 224.

“L’immigrazione in Capitanata è studiata attraverso l’utilizzo di diverse fonti che, oltre ad essere intrinsecamente eterogenee a causa delle diverse finalità di raccolta dei dati stessi, non possono considerarsi soddisfacenti in quanto si riferiscono alla immigrazione regolare che, come tutti sanno, è solo una parte, spesso minima, della immigrazione effettiva”. Questa ammissione di Loredana Nardella spiega la sostanziale inutilità del Rapporto 2005. Immigrazione in Capitanata dell’Osservatorio Provinciale per l’Immigrazione di Foggia. Studiare l’immigrazione in Capitanata limitandosi agli immigrati regolari significa, in effetti, studiare solo l’aspetto più visibile, più rassicurante dell’ammigrazione; non vedere (non voler vedere) il dramma della immigrazione clandestina, con il suo carico di sofferenza umana, di violenze e di violazioni.
E in che modo viene studiata l’immigrazione regolare? In due modi: raccogliendo dati statistici da diversi enti locali - che, come sostiene Nardella, sono eterogenei, e tuttavia risultano indubbiamente utili- e sottoponendo dei questionari a campioni di cittadini italiani o di immigrati. Questi ultimi, che occupano la parte terza della ricerca, potrebbero essere usati in un liceo delle scienze sociali, per mostrare agli studenti del secondo anno come non si fa un questionario. Che senso ha chiedere a un campione di cento foggiani (scelti con quale criterio?) se sono favorevoli alla presenza di immigrati nel nostro territorio? Non si fa prima a chiedere loro: siete razzisti? Chiedere ad un campione di venti commercianti foggiani “Se un cinese volesse rilevare la tua attività commerciale, saresti disposto a cedergliela?” che cos’è, una domanda o una provocazione? Il settanta per cento ha risposto di no. Abbiamo qui un caso particolarissimo: una domanda non solo banale, ma che in qualche modo rischia di provocare sentimenti razzistici, insinuando che i cinesi vogliano scalzare i commercianti italiani e rilevare le loro attività economiche. Chissà cosa avrebbe risposto la professoressa Resta, se un questionario le avesse chiesto: “Se un cinese volesse detronizzarti dalla tua cattedra di antropologia, saresti disposta a cedrgliela?” E che senso ha chiedere a un campione di venti commercianti cinesi: “Reputi migliori i prodotti cinesi o quelli italiani?”. Anche il meno dotato degli studenti di una seconda classe del liceo delle scienze sociali riuscirebbe a scorgere la scorrettezza di questa domanda, posta a un campione di 96 cittadini foggiani in un quetionario sulla percezione dei matrimoni misti: “I matrimoni misti sono sicuramente indice di integrazione dello straniero nella società, come giudica questo fenomeno?” Come è noto, la domanda di un questionario non dovrebbe influenzare la risposta. Dicendo che i matrimoni misti sono una cosa buona, sostanzialmente si suggerisce la risposta: e infatti risulta, guarda un po’, che quasi tutti sono d’accordo.
V’è poi un questionario sottoposto a quarantacinque (quarantacinque!) immigrati residenti a Foggia. Le domande, a risposta aperta, riguardano il lavoro, la casa, i servizi, il rapporto con le istituzioni, il rapporto con altri immigrati e in generale i problemi che si riscontrano. Dal questionario risulta che il 77,78% degli immigrati giudica buono il rapporto con le istituzioni (ad esempio la questura e l’ospedale), mentre solo il 15,56% dichiara di avere il problema dello sfruttamento lavorativo. Sorprendente, davvero. Se si sottoponesse lo stesso questionario ad un campione di quarantacinque (quarantacinque!) cittadini foggiani, risulterebbe una percentuale di gran lunga inferiore di cittadini soddisfatti delle istituzioni (siamo seri: chi parlerà bene dell’ospedale?), ma soprattutto una percentuale molto molto più alta dichiarerà di avere il problema dello sfruttamento lavorativo (a meno che, naturalmente, il campione non sia composto dalla professoressa Resta e dai suoi colleghi universitari). Insomma, l’Osservatorio Provinciale per l’Immigrazione di Foggia ci dice una cosa straordinaria: gli immigrati a Foggia stanno bene, anzi benissimo; anzi, stanno anche meglio dei foggiani.
La scorsa estate ho partecipato a Lucera alla presentazione del libro di Marco Rovelli Lager Italiani (Rizzoli). Tra gli invitati c’era anche Bienvenu Moumbe, presidente della associazione multietnica “Integrimi” di Lucera. Nel suo bell’intervento, Bienvenu riferì alcuni gravi episodi di razzismo e violenza di cui erano stati vittime gli immigrati residenti a Lucera. Io gli chiesi come mai dalle diverse ricerche sociali che riguardano gli immigrati presenti nel nostro territorio risulti sempre che tutto va bene, che tutti sono trattati con i guanti, che non vi sono abusi e umiliazioni, che il rapporto con gli italiani e le istituzioni è buono, eccetera. Bienvenu rispose quello che qualunque ricercatore sociale dovrebbe sapere: che un immigrato ti dice quello che vuoi sentirti dire - per non sembrare ingrato, per quieto vivere, perché ha paura, perché non si fida, per mille altre ragioni. Se vuoi sapere davvero come stanno le cose devi usare altri strumenti. Se vuoi studiare gli atteggiamenti, ad esempio, dovresti sapere che un semplice questionario non basta, occorre un questionario di Likert costruito con cura (se non sai cos’è un questionario di Likert, chiedilo a uno studente della seconda classe del liceo delle scienze sociali). Se vuoi comprendere un fenomeno complesso come le migrazioni devi ricorrere alle storie di vita. Quei quarantacinque immigrati prova ad ascoltarli davvero: accendi un registratore e fagli raccontare tutta la loro vita, la realtà da cui sono partiti e quella che hanno trovato, i sogni, l’immaginario, le difficoltà reali. Avrai storie, non numeri e percentuali tanto falsi quanto rassicuranti. Avrai storie di uomini e donne, meno facilmente gestibili di numeri e percentuali, ma infinitamente più ricchi di verità.
Il Rapporto 2005 è andato in stampa nel settembre dello scorso anno. Ad agosto, l’ormai famoso reportage di Gatti sull’Espresso aveva mostrato all’Italia ed all’Europa la presenza in Capitanata di un vero e proprio sistema di schiazzazione degli immigrati. E’ bastato che un giornalista si camuffasse da immigrato e parlasse con qualche decina di persone, per capire e documentare ciò che sfugge ad un Osservatorio universitario, con tanto di comitato scientifico e di finanziamenti pubblici. E’ bastata, direi, la voglia di vedere. A dire il vero, non si manca nelle duecentoventi pagine di parlare di schiavitù. Lo fa Domenico di Iasio nella sua “riflessione etica” (1) sulle quote di immigrazione. Diventa, afferma di Iasio, “più corposo il sospetto della formazione di nuove forme di schiavitù, la cui storia è tutta ancora da scrivere”. Ma in che consiste questa schiavitù? “Lavoro sporco, grezzo, pesante, totalmente manuale, privo di intellettualità, ripetitivo, alienante”, dice di Iasio. Purtroppo la realtà che abbiamo scoperto è ben più grave del sospetto (tanto corposo quanto non approfondito) di di Iasio: non si tratta, in Capitanata, di lavoro faticoso e totalmente manuale, ma di lavoro coatto, di lavoro non pagato, di violenza, di braccia spezzate a chi rivendica diritti. Di schiavitù in senso pieno. E di lager, come ha sostenuto il procutarore nazionale antimafia.
In fondo l’unico momento di verità, in questo rapporto, sono le due paginette di circostanza di Benvenuto Grisorio, assessore alle politiche sociali della Provincia di Foggia. “La stagione del pomodoro sta per cominciare - scrive - e con essa l’arrivo di una massa di lavoratori stranieri stagionali che in parte non hanno mai lasciato la Capitanata perché impiegati in altre coltivazioni (olivo, vite, ortaggi, …), che dormono quasi sempre come e dove possono, all’aperto, nelle stazioni, nelle case abbandonate, precariamente da connazionali più fortunati. Tra di loro vi sono molte donne, bambini e vittime di tortura e maltrattamenti subiti nei rispettivi paesi di origine”. Il quadro è realistico, benché sconfessato dagli esiti ottimistici dei questionari che seguono. “La sanità pubblica sta moltiplicando i suoi interventi mirati e gli enti locali si preparano all’emergenza estiva”, conclude Grisorio. Abbiamo visto come. L’ha visto l’Italia, l’ha visto l’Europa. Scandalizzandosi.
Questo Rapporto 2005 resta un documento della nostra miopia. C’è da sperare che il prossimo sia migliore. O che i soldi pubblici siano impiegati in modo più utile.

(1) “Riflessione etica” nella quale si dice che l’Europa, “nell’ipotesi che tutto il mondo (!) si riversasse su di essa, non potrebbe oggettivamente accoglierlo”. Subito dopo di Iasio ritiene improponibile il documento del Forum Sociale europeo (che “prevede di accogliere indiscriminatamente tutti”) e chiosa, citando Ferruccio Pastore: “sembra quasi… che l’aspirazione massima di ogni essere umano - un’aspirazione legittima e da tutelare - sia e debba essere quella di immigrare in Europa”. “Naturalmente non è così”, aggiunge di Iasio. Ma se naturalmente venire in Europa non è l’aspirazione massima di ogni essere umano, che ce ne facciamo della ipotesi di cui parla solo una decina di righe prima, di una invasione dell’Europa da parte di tutto il mondo? La “riflessione etica” continua sostenendo che il problema va affrontato aiutando i paesi poveri a superare la povertà. Insomma, il classico “aiutiamoli nei loro paesi” che è uno dei ritornelli del qualunquismo venato di razzismo. La riflessione (etica, certo) si conclude con un richiamo alla pietas. Sembra che di Iasio non abbia mai sentito parlare di diritti.